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La Costiera Amalfitana collassa: Superare l'emergenza per tornare alla prevenzione

9 Febbraio 2026

Costiera Amalfitana, Salerno- Il Comitato Tutela Costiera Amalfitana denuncia: “Registriamo, purtroppo, in questi giorni le ennesime frane in Costiera: una sulla statale tra Cetara e Vietri, un’altra nel Comune di Cetara e anche una nel territorio di Maiori, sul costone prospiciente la baia del “Cavallo morto”.

A queste si aggiunge una quarta frana, verificatasi in località Pucara, nel territorio di Tramonti. Per pura casualità il materiale franato ha invaso una piazza e non la carreggiata. Se avesse interessato la viabilità principale, avrebbe compromesso gravemente i collegamenti, con pesanti ricadute sulla sicurezza e sulla mobilità dell’intero territorio.

Ancora una volta la SS.163 bloccata, traffico in tilt, comunità paralizzate. Per fortuna, anche questa volta, senza danni alle persone. E subito ritorna la solita narrazione: “abbondanti piogge”, “muro già da tempo pericolante”. Frasi corrette. Ma anche molto comode.

Comode! perché sono il veicolo di un messaggio ormai standardizzato quanto pericoloso: cioè che tutto ciò sia normale, inevitabile, il destino di una zona fragile come la Costa d’Amalfi. Invece non è così! La pioggia c’è sempre stata, l’abbandono no. In più, oggi c’è un aggravante che accelera tutto: periodi più lunghi di siccità alternati a precipitazioni concentrate e violente, che scaricano in poche ore quantità ingenti che un versante abbandonato non assorbe più. Il cambiamento del clima non è l’alibi per l’abbandono: è il moltiplicatore del rischio. Queste frane, infatti, non sono episodi isolati o improvvisi. Sono spesso l’evoluzione nel tempo di dissesti più importanti già verificatisi negli anni precedenti, segnali evidenti e ignorati di una fragilità crescente. Basti ricordare quanto accaduto tra la fine del 2019 e il 2020, quando l’intero territorio costiero collassò sotto due o tre giorni di piogge intense, con allerte meteo arancioni e rosse. Una miriade di frane interessò la Costiera: a Pontone di Scala, lungo la SS.163 in prossimità del cimitero di Maiori, ad Amalfi in località Vettica, e in molti altri punti, grandi e piccoli. Qualche anno dopo, nel 2021, un ulteriore episodio ancora più emblematico: il crollo di un’intera porzione del versante roccioso del costone di San Biagio, nel pieno centro abitato di Amalfi, riversatosi direttamente sulla SS.163, a poche centinaia di metri da piazza Flavio Gioia. Erano le 8.30 del mattino. Per pura casualità nessun veicolo fu coinvolto. Fino ad oggi ci è andata bene. Ma continuare a considerare questi eventi come “eccezioni” significa ignorare una sequenza ormai chiara. Con eventi meteorologici sempre più concentrati e violenti, dissesti non risolti si sommano, si aggravano e prima o poi trovano il loro punto di rottura. Andare avanti così non è imprudenza: è irresponsabilità. La Costiera è fragile per natura: montagna a picco sul mare, versanti ripidi, equilibrio idrogeologico delicatissimo. Le piogge intense si sono sempre avute in certi periodi dell’anno, anche in passato. Basti pensare agli eventi alluvionali del secolo scorso. Però, nonostante ciò, in passato c’era la cura del territorio; un particolare che fa una differenza enorme. C’era una economia agricolo-forestale in base alla quale c’era coltivazione dei terrazzamenti, pulitura delle canalette, sistemazione dei muri a secco, controlli periodici dei punti critici.

Un lavoro quotidiano, senz’altro faticoso e continuo, che strutturava un’opera diffusa e continua di manutenzione e cura. Oggi, invece, i versanti alti sono abbandonati. I terrazzamenti cedono. I muri si aprono. Le macere si intasano. Il terreno si compatta. L’acqua non penetra, scorre, trascina, sfonda. E come se non bastasse qualcuno ogni tanto tomba anche i canali senza chiedersi perché fosse lì e chi lo aveva realizzato. Ovviamente le condizioni socio-economiche del territorio sono radicalmente mutate. Però, non possiamo liquidare tutto ciò con uno stupido mantra: “ha piovuto troppo”. I muri a secco restano una struttura diffusa di sicurezza “integrata” per la tenuta del nostro territorio. Erano e sono ingegneria del paesaggio. Drenano l’acqua senza farla diventare pressione; tengono fermo il terreno; riducono l’erosione; funzionano perché erano manutenuti. Oggi oltre l’abbandono delle macere ci sono anche opere che non drenano; sono rigide, a volte addirittura cementizie; “tappo” più che filtro. E quando l’acqua arriva in grandi volumi, non perdona. Qui non è “natura cattiva”. Si tratta, più concretamente, di abbandono, mancata manutenzione, assenza di un sistema di gestione del territorio. Emergenza perenne, reti e ripristini non bastano. A ogni frana la scena è sempre la stessa: costosi interventi ad horas, reti, disgaggi, ripristini, milioni spesi per riaprire la strada… e la solita propaganda dell’emergenza! Poi si torna alla routine, fino alla prossima frana. Il “dopo” non è prevenzione, è gestione permanente del danno; un modello che i cambiamenti climatici rendono definitivamente insostenibile. L’aumento della frequenza e dell’intensità degli eventi estremi fa sì che ciò che prima era episodico oggi diventi strutturale. Le piogge non solo sono più concentrate e violente, ma arrivano su territori più secchi, più compatti, più fragili. Continuare a ragionare in termini di emergenza, con interventi successivi all’evento, significa inseguire un fenomeno che corre sempre più veloce. Con il clima che cambia e in peggio, la gestione del danno non è più una soluzione temporanea: è una strategia destinata al fallimento. Se non si interviene prima, se non si ripristina una manutenzione diffusa e continua, ogni evento meteorologico intenso sarà inevitabilmente “straordinario”, ogni pioggia un rischio, ogni stagione una lotteria. L’intervento delle istituzioni è sempre avvenuto ex post, a frana già avvenuta. La prevenzione, invece, resta assente, nonostante un territorio segnato da eventi drammatici: dall’alluvione del 1954 a quella di Atrani del 2010, passando per i dissesti storici di Cetara e Vettica. Questa incapacità di apprendere dalla storia si accompagna all’assenza di una legge organica che definisca chiaramente la filiera delle responsabilità tra Comuni, enti tecnici, Regione e Stato, favorendo la cultura dell’emergenza a scapito della prevenzione. Anche gli allarmi dei geologi, da anni puntuali e documentati, continuano a essere ignorati. Il Patrimonio UNESCO non è una cartolina. La Costiera è Patrimonio dell’Umanità anche per il suo “processo storico di adattamento compatibile” operato dalla comunità. Quel processo era fatto di lavoro, agricoltura, terrazzamenti, manutenzione, cura; oggi si è quasi completamente interrotto e il paesaggio non resta “uguale”, ma degraderà sempre di più. Cambierà. A volte già collassa. Il paesaggio non è la somma di spiagge e foto. È un equilibrio costruito; e un equilibrio costruito va mantenuto, altrimenti cade e rovina su se stesso. L’UNESCO non tutela una cartolina, tutela un modello di gestione del paesaggio costruito dalla comunità. Soprattutto, è necessario programmare e gestire PREVENZIONE, più che EMERGENZA.

Se vogliamo davvero ridurre frane e smottamenti, abbiamo una sola strada maestra da seguire: rendere strutturale la manutenzione del territorio, in modo chiaro e misurabile, senza “progetti spot” e con continuità. Azione pubblica (istituzioni) • Monitoraggio e prevenzione su Statale Amalfitana e centri abitati, con piani annuali di controllo dei versanti e delle opere di regimazione delle acque. • Rafforzamento degli UTC comunali (personale, competenze, mezzi), con strumenti operativi permanenti e non emergenziali. • Impiego della “Sentinella geologica” (in coerenza con la normativa/legge regionale), come presidio tecnico continuativo e non episodico. • Interventi strutturali programmati (priorità, cronoprogramma, rendicontazione pubblica), non solo reti e rattoppi “dopo”. • Costituzione e piena operatività dei Gruppi comunali di Protezione Civile, con formazione, esercitazioni, protocolli e catena di comando chiara prima degli eventi. Azione dei privati (aziende, coltivatori, cittadini) • Programma permanente di manutenzione di terrazzamenti, muri a secco, canalette e macere, con priorità sulle aree alte e sui versanti sopra la viabilità principale. • Incentivi veri affinché l’agricoltura torni economicamente praticabile (mercato di prossimità locale/turistico, filiere corte, consorzi trasparenti e realmente utili al territorio). • Azioni-programma di assistenza e aiuto allo sviluppo locale, con interventi coordinati degli enti territoriali e della UE, per trasformare la manutenzione in lavoro stabile, presidio e sicurezza. • Compartecipazione pubblico–privato: il territorio non si salva solo con ordinanze e cantieri, ma con un sistema che rimetta persone a lavorare e presidiare. • Trasparenza: si deve sapere cosa si fa, dove si fa, con quali fondi, con quali tempi e con quali risultati. Sarebbe ora di cambiare musica. Le frane non sono il destino ma il conto che presenta madre natura a causa di anni di abbandono. Una locuzione latina recita: “Ognuno è artefice del proprio destino”. In questo senso il territorio che frana è il nostro destino, e noi abitanti di questo divino territorio non ne siamo molto consapevoli; a cominciare da chi ci governa. 

Maria Rosaria Voccia 

Maria Rosaria Voccia

Giornalista, editore e direttore responsabile di www.sevensalerno.it e di www.7network.it. Storico dell'Arte, sono cittadina del mondo, amo la vita, l'arte, il mare, i gatti... Esperta in giornalismo eco ambientale, tecnico di ingegneria naturalistica, autrice del Format Campania in Fiamme: Criticità & Proposte, mi impegno nelle e per le campagne eco ambientaliste perché desidero un mondo migliore, per noi e per i nostri figli. Sono progettista culturale, ideatrice di Format, organizzatrice e curatrice di eventi.

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