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Quando ascoltare non è solo sentire

Scriveteci a L’Esperto Risponde, redazione@sevensalerno.it

Siamo portati a pensare che ascoltare sia un fatto automatico, naturale.  Diamo per scontato che  sia qualcosa di fisiologico, come parlare, vedere, pensare. E consideriamo l’ascoltare alla stessa stregua dell’udire. Ma ci sbagliamo. Per ascoltare ci vuole allenamento, insegnamento, educazione. Udire sì che è fisiologico: non possiamo impedirci di sentire a meno che non siamo noi a volerlo, come quando di notte ci infiliamo dei tappi nelle orecchie per non sentire i vicini russare. Ascoltare   è un valore che ci viene trasmesso, al quale dobbiamo necessariamente essere predisposti. In linea di massima riteniamo tutti di essere bravi ascoltatori. Ed è questa falsa credenza che spesso ci impedisce di esserlo realmente. Nel senso che pensiamo che sentire ciò che il collega, l’amico, il partner ha da ‘raccontarci’, e magari star lì ad annuire, mentre il racconto fluisce, equivalga ad aver reso la nostra buona opera di ascolto quotidiana e aver fatto il nostro ‘dovere’ nella relazione. Ma a ben vedere, se ci concentriamo, la resa massima dura poco e solo se il messaggio cattura la nostra attenzione, vale a dire se realmente lo consideriamo importante. Importante per noi, o per colui a cui prestiamo ascolto? Quindi, in effetti, ciò che facciamo è ignorare, dimenticare o, ben che vada, distorcere il messaggio, cioè equivocare il 75% circa di ciò che sentiamo. Negli ambienti lavorativi saper ascoltare è l’atteggiamento che gratifica maggiormente l’interlocutore, ed è il mezzo migliore per stabilire una  giusta connessione con gli altri. Dedichiamo, dati statistici alla mano, circa l’80% della giornata lavorativa ad attività di comunicazione, di cui ben il 45% ad ascoltare, ma raggiungiamo il 50% di ascolto efficiente solo nella prima parte di uno scambio verbale, o conversazione,  quindi ciò significa che ricordiamo solo la metà effettiva di ciò che ci è stato detto. Eppure la capacità di ascolto può migliorare. Basta volerlo. Se si vuole avere successo nella vita come nel lavoro è fondamentale saper ascoltare. Ma per farlo dobbiamo necessariamente subordinare noi stessi al bisogno di attenzione di chi ci sta parlando. Il desiderio di essere capiti può fungere da nostra molla motivazionale.  Ascoltare vuol dire entrare in empatia con chi parla. Tutti noi pensiamo di essere empatici. Riteniamo, a torto,  di essere stati  dotati di empatia alla nascita. Questo in parte è vero. Gli essere umani vengono alla luce con delle embrionali capacità di esserlo, ma per metterla in pratica, l’empatia, occorre allenamento, apprendistato, educazione. Entrare in connessione con l’altro è magico, è quel polo energetico che ci dà la magnifica sensazione di essere “umani, davvero tanto umani!”. Per portare avanti un lavoro di squadra è necessario entrare in empatia con chi parla. Senza nessuno che ci ascolti viene meno la nostra dignità di lavoratori oltre che  la nostra motivazione a svolgere un qualsivoglia lavoro.  L’empatia, favorendo la connessione con gli altri, facilita il lavoro di squadra, migliora le relazioni. Ma cos’è l’empatia? Per ‘empatia’  facciamo riferimento a quella ‘capacità di mettersi nei panni dell’altro’, facoltà essenzialmente umana, che, detta così, può apparire una cosa semplice, ma non lo è affatto. Anche perché, ancor prima di connetterci con gli altri, dobbiamo essere connessi con noi stessi. Vero è che un empatico sarà portato sicuramente a perdonare con maggiore scioltezza rispetto a chi empatico non è, ma questo avviene semplicemente perché costui  comprende la natura squisitamente imperfetta di ogni individuo e di conseguenza la possibilità di cadere in errore, e, casomai, di riparare.  Ma  non è tutto qui. Sbagliamo se pensiamo che chi sa ascoltare sia colui che dia risposte, che si faccia carico dei nostri problemi e li risolva tout court. Oppure che capisca perfettamente ciò che proviamo e sentiamo quando gli parliamo, no, chi empatizza ci accoglie, ci contiene, e in qualche modo ci sostiene. Ed è già questo   meraviglioso! Ma da cosa dipende il nostro livello di empatia? Da molteplici fattori. Innanzitutto dalla nostra educazione. Da che ‘aria’ abbiamo respirato in famiglia, da come abbiamo imparato a gestire le emozioni, o se, al contrario, ci hanno insegnato a nasconderle, a soffocarle. La nostra capacità empatica innata può essere favorita o impedita se non ci viene insegnato a leggere le emozioni. O se, magari, i nostri genitori cercano di proteggerci da tutto, ci controllano e ci fanno vivere in una specie di bolla di vetro, in cui ciò che il figlio sente, prova , vive , non viene ‘visto’. Se per esempio cresciamo in famiglie in cui i genitori ci portano a credere che tutto ci sia dovuto, beh, costoro  non solo influenzeranno le nostre capacità empatiche, ma addirittura potrebbero trasformarci in individui narcisisti. Si stima che negli USA il 6% della popolazione diagnosticata soffra di disordini legati al disturbo narcisistico. Il dato, oltre che allarmante, dovrebbe far riflettere e portarci ad invertire totalmente la tendenza. Anche quei genitori evitanti, mi riferisco a  quelli che invitano a non soffermarsi sulle emozioni del momento, del tipo : “ non essere triste”, oppure “ non essere arrabbiato” influenzano negativamente la capacità di diventare empatici perché ci  portano  inevitabilmente  a non fidarci delle nostre emozioni. Invece ritengo sia fondamentale insegnare ai bambini come  prendersi  cura degli altri. Saper sentire le emozioni e saperle leggere sul volto dell’altro. Essere compresivi, tolleranti, collaborativi, sono valori importanti da trasmettere. Si parte chiaramente dall’esempio ‘primordiale’ che deve essere dato in famiglia ma anche la scuola può continuare attraverso dei giochi, come visionare  foto di persone e personaggi vari e provare ad individuare  le emozioni che trasmettono i loro volti, a riconoscerle,  anche dal linguaggio corporale ed impiantare una discussione  tutti insieme sulle ragioni che hanno portato  una persona ad assumere quella determinata espressione, a provare quella emozione.  Sono esempi di lavoro sul linguaggio empatico. È una maniera molto valida per cominciare. Alla base di tutto ci deve sempre essere il rispetto, di cui ascoltare è un preciso segnale; che poi, in definitiva, appaga anche il nostro desiderio di essere capiti. Saper ascoltare ci evita incomprensioni e conflitti inutili. Significa rispettare ed accettare gli altri semplicemente per quel che sono, senza giudizi, nella consapevolezza che ogni persona ci può arricchire di conoscenze e stimoli per migliorarci personalmente e professionalmente. Ogni essere umano può offrirci la meravigliosa opportunità di elaborare idee e creazioni nuove e quindi nuovi spunti vitali, come anche nuove possibilità di risoluzione. L’empatia che mettiamo nel saper ascoltare ci migliora come individui ma allo stesso tempo migliora anche la stima in noi stessi, perché ci sentiamo gratificati quando, nell’ascoltare, troviamo nell’altro partecipazione . La nostra capacità di ascolto attivo ci porta a capire oltre le parole pronunciate. Dai gesti, dal tono della voce; la postura, ma anche le pause,  i silenzi, svelano le  emozioni e quindi provocano in noi le giuste reazioni.. non affrettate o inadeguate…come invece succede quando ‘sentiamo’, ma non ‘ascoltiamo’.

Sonia Sellitto

Pedagogista, Formatore, Counselor

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Maria Rosaria Voccia

Giornalista, editore e direttore responsabile di www.sevensalerno.it e di www.7network.it. Storico dell'Arte, sono cittadina del mondo, amo la vita, l'arte, il mare, i gatti... Esperta in giornalismo eco ambientale, tecnico di ingegneria naturalistica, autrice del Format Campania in Fiamme: Criticità & Proposte, mi impegno nelle e per le campagne eco ambientaliste perché desidero un mondo migliore, per noi e per i nostri figli. Sono progettista culturale, ideatrice di Format, organizzatrice e curatrice di eventi.

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