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La perfezione non è di questo mondo (ovvero come imparare a sbagliare bene)

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La perfezione non è di questo mondo (ovvero come imparare a sbagliare bene)
Miriamo alla perfezione in ogni cosa. Diventare perfetti è il principale obiettivo che ci viene quasi imposto sin da quando percorriamo i nostri primi passi nel mondo. I media ci rimandano continuamente immagini di donne ed uomini fisicamente impeccabili o ci imbottiscono di consigli su cosa fare per diventarlo.

Ci vogliono senza un filo di pancia, senza segni di vita sul volto, sempre laccati e lisciati come ad una festa e allo stesso tempo dobbiamo essere sempre efficienti sul lavoro, bravissimi nello sport, eccellenti nello studio, preparatissimi e stimatissimi in campo professionale. Siamo sempre pronti ad ammirare i più ricchi, i più bravi a scuola, i più bravi a vendere, i più bravi in… ma in questo vortice puntante dimentichiamo una cosa essenziale: la perfezione non è di questo mondo. Non possiamo tutti eccellere in ogni campo, in tutte le professioni, e in tutti i contesti. Non siamo tutti campioni, probabilmente non lo siamo e non lo diventeremo mai.

Ma questa non è la conclusione, bensì la partenza. Una partenza che ci deve far capire che siamo tutti magnificamente differenti, tutti meravigliosamente diversi, ognuno con i suoi talenti, ognuno con le sue capacità, ma tutti umanamente imperfetti.

Soffermiamo la nostra attenzione su questa considerazione perché questo bagaglio culturale ha un’enorme influenza sul nostro modo di guardare gli altri, di giudicarli, in gran parte per ciò che fanno piuttosto per come e per chi sono. Eppure molti insigni personaggi di successo in questi ultimi anni hanno posto l’attenzione sui risvolti estremamente positivi dell’umano errare, su come sbagliare sia fondamentale per crescere, formarsi, rafforzarsi. Certo bisogna essere educati a questo.

Ancora oggi, purtroppo, i genitori impostano il loro stile educativo sulla paura di fallire, quasi a voler costruire uno scudo protettivo per i figli al fine di evitare loro frustrazioni e delusioni. Anche il sistema scolastico verte su questa tendenza, valutando quasi esclusivamente l’andamento corretto delle prove e spronando gli alunni ad ottenere sempre voti migliori, ma senza mai porre minimamente l’accento sull’importanza educativa dell’insuccesso. Pensiamo in che misura questo andamento condizioni tutta la nostra esistenza. Per essere considerati bravi alunni dobbiamo necessariamente raggiungere votazioni elevate. Si dà un voto a tutto e così siamo portati a pensare che, se riportiamo voti alti tutti ci vorranno bene, oppure ci invidieranno. Eh sì, proprio così. Ma tutto questo non unisce, bensì divide. Ci allontana. Allontana il bambino meno bravo a scuola dal più bravo, allontana i genitori che non vogliono confrontarsi con la mediocrità della progenie, allontana l’obiettivo da chi lo vede troppo lontano, allontana…

Non solo; crea ansia.

L’OCSE ha rilevato che il 56% degli studenti italiani vive la scuola con ansia e nervosismo. Il risultato è alquanto allarmante se paragonato al 37% delle rilevazioni europee. Ma perché i ragazzi vivono la scuola in maniera così angosciante? Non è questo il contesto giusto per farlo (vi rimando al mio articolo sull’ansia https://www.sevensalerno.it/2020/04/20/la/dove/sorge/lansia/), ad ogni modo il dato è un segnale che ci indica che qualcosa non va, non funziona.

I ragazzi sono spaventati dall’idea di poter sbagliare.

Si preoccupano di non riuscire ad ottenere buoni voti, e questo è collegato poi ad una scarsa o assente resilienza. Un ragazzo, un bambino che ha gli strumenti per fronteggiare le delusioni, un bambino che ha sperimentato l’insuccesso e in qualche modo ne è uscito, sa che si “sopravvive” anche se non si è raggiunto un punteggio elevato.

Se li si educa al fallimento non li si protegge contro le delusioni e le frustrazioni dell’esistere, ma li si allena al superamento delle stesse. Se non vengono date loro le occasioni di sbagliare non impareranno mai cosa e come fare per uscirne, non a tutti i costi vincenti, ma preparati. Questo quel che riguarda la famiglia.

La scuola poi dovrebbe puntare maggiormente su cosa fare per imparare a stare bene con se stessi.

È un aspetto fondamentale questo che fa leva sull’importanza della relazione. Probabilmente si dovrebbero incrementare i momenti, i tempi, per la ricreazione, per lo stare insieme agli altri, confrontarsi.. lasciare spazio all’immaginazione, alla creatività, al gioco. Sono questi i momenti veramente formativi, in cui si ha la possibilità di accrescere la propria autostima, i momenti in cui si impara a stare bene con se stessi, i tempi in cui si costruiscono competenze. Gli individui che stanno bene con se stessi sono quelli che non hanno paura di tentare, di sperimentarsi, di provare e confrontarsi, ma soprattutto sono anche quelli che non hanno paura di fallire. Perché in definitiva non hanno paura del giudizio altrui. Molte ricerche in campo neurologico dimostrano che sbagliare ci rende più intelligenti. In effetti in molte Università americane si insegna a valorizzare gli errori. Si dovrebbe proprio iniziare da qui. Cominciare partendo da più possibilità. L’obiettivo non è la risposta esatta ma quella errata. E’un modo per familiarizzare con gli errori e quindi non vederli più come il nemico da allontanare, ma come un passaggio da sperimentare. Impostare i lavori scolastici su laboratori di gruppo, in maniera da non far emergere il singolo, ma il team potrebbe favorire un minore interesse per la competizione e facilitare invece la cooperazione. Inoltre in questa modalità agli studenti ‘più bravi’ viene offerto l’obiettivo di aiutare gli altri. Quasi una responsabilità.

Come a dire che se abbiamo delle capacità, se possediamo dei talenti , questi acquistano valore solo se messi a disposizione degli altri, del gruppo, della comunità, della società.

Se prepariamo i nostri figli all’insuccesso li educhiamo ad una sana gestione del fallimento.

Non è importante lodarli per come siano intelligenti, brillanti e dotati, ma piuttosto per l’impegno che hanno dimostrato per raggiungere un obiettivo. Questo spostamento di focus intanto evita un effetto collaterale diffusissimo che prende il nome di ‘mentalità fissa’, effetto in cui incorrono i ragazzi quando vengono sempre lodati per le loro qualità.

Ragazzi che pensano di non doversi impegnare troppo in alcunché perché ritengono di potercela fare semplicemente grazie alla loro dote innata, ma soprattutto, rivalutando l’importanza dell’impegno, si incentiva lo sviluppo di quella che viene definita ‘mentalità di crescita’.

In definitiva comprendono che il lavoro, l’impegno , la costanza può renderci migliori senza per questo essere bravi o meno.

Cogliamo l’occasione di un insuccesso per domandare a nostro figlio cosa ha imparato da quell’esperienza, cosa può imparare e quale aiuto può chiedere all’insegnante o magari ad un compagno maggiormente abile in quel campo. Portiamolo a riflettere, pensare. E riflettiamo anche noi.

Accettare un fallimento non vuol dire che non si possa invitare il ragazzo a fare bene. Significa che quel “fare bene” non si concentra solo sul voto alto da portare a casa, ma sul fatto che quelle esperienze fallimentari, anche frustranti perché no, arricchiscano il suo bagaglio esperienziale, lo formino affinché sia capace in futuro di gestire le proprie emozioni, la rabbia, lo stress, l’ ansia; che sappia risolvere i problemi che la vita gli pone e che si impegni ad essere collaborativo e non competitivo . Insomma un individuo che si ponga all’interno della comunità con responsabilità e che sappia poi uscirne fuori, nel mondo, con competenze e creatività.
Sonia Sellitto
Pedagogista,, Formatore, Councelor

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Maria Rosaria Voccia

Giornalista, editore e direttore responsabile di www.sevensalerno.it e di www.7network.it. Storico dell'Arte, sono cittadina del mondo, amo la vita, l'arte, il mare, i gatti... Esperta in giornalismo eco ambientale, tecnico di ingegneria naturalistica, autrice del Format Campania in Fiamme: Criticità & Proposte, mi impegno nelle e per le campagne eco ambientaliste perché desidero un mondo migliore, per noi e per i nostri figli. Sono progettista culturale, ideatrice di Format, organizzatrice e curatrice di eventi.

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