CulturaInterviste

Salerno: la Festa Eid Al Adha della comunità Mussulman

Un momento di interazione e pace

A Salerno, stamattina, negli spazi dello Stadio Vestuti, la Preghiera corale della comunità Mussulman, per onorare la Festa Eid Al Adha, che significa la Festa del Sacrificio. Con lo sguardo, ed il cuore, rivolti alla Mecca, senza le scarpe, centinaia di fedeli hanno intensamente pregato, guidati dall’Imam.

“A Salerno i Mussulman,- ci ha spiegato Abu Al Quassim, uno dei Curatori della Moschea , che si occupa anche delle  Relazioni con la città di Salerno – ricercano interazione con la città attraverso momenti delle feste tradizionali! Un anno fa, ricorderanno tutti che fummo massacrati dalla stampa, in reltà per un mero errore tecnico di comunicazione tra le istituzioni amministrative della città in cui non c entravamo nulla, ma il legame con la Città di Salerno, e con i Salernitani,  è sempre più forte, ed è la cosa che ovviamente ci interessa e che ci inorgoglisce.

Per celebrare questo nostro momento di preghiera avremmo preferito poter avere gli spazi del  il Parco Pinocchio per meglio interagire con la popolazione, per fare TABLIGH – cioè l’Annuncio – Dio e’ unico, non ha generato e non è stato generato Maometto e il suo profeta!”.

La predica di oggi era incentrata sul rispetto di tutti, fratelli mussulmani e di altre confessioni. Dialogo con tutti, rispetto per le leggi, rakma – misericordia verso gli ultimi e ishan – retto comportamento. Nessuna polemica, quando un popolo intero loda Allah… nessuna guerra di civiltà… Dio è unico!!! Il nostro scopo è rendere Hala – puro – da cio’ che è Haram- impuro!

Le radici storiche della Festa

La parola aḍḥā deriva dalla radice araba <Ḍ-Ḥ-Y>, che richiama il significato di “sacrificare”, e si ricollega al ricordo delle prove che sarebbero state superate dal profeta Ibrāhīm e dalla sua famiglia, formata nel caso specifico da Hāgar e dal loro figlio Ismaele/Ismāʿīl.

In Malaysia e Indonesia la festa è indicata come Hari Raya (‘giorno di festa’) o, più specificatamente, Hari Raya Haji, mentre nell’Africa occidentale come Tabaski.

In teoria, nel giorno della ʿīd al-aḍḥā, i musulmani sacrificano come Abramo un animale – detti uḍḥiya (in arabo: أضحية‎) o qurbānī – che, secondo la sharīʿa, deve essere fisicamente integro e adulto e può essere soltanto un ovino, un caprino, un bovino o un camelide; negli ultimi due casi è possibile sacrificare un animale per conto di più persone, fino a sette[. L’animale viene ucciso mediante sgozzamento, con la recisione della giugulare che permetta al sangue di defluire, visto che per la legislazione biblica e coranica il sangue è impuro ed è quindi proibito mangiarne. La cerimonia dello sgozzamento avviene il giorno 10 o nei tre giorni seguenti, nel periodo di tempo (waqt) compreso fra la fine della preghiera del mattino e l’inizio della preghiera del pomeriggio. Viene sgozzato da un uomo, che deve essere in stato di purità legale (ṭahāra), pronunciando un takbīr: 3 volteAllah Akbar, ovvero la formula: «Nel nome di Dio! Dio è il più grande».

La carne viene divisa preferibilmente in tre parti uguali, una delle quali va consumata subito tra i familiari, mentre la seconda va conservata e consumata in seguito e la terza viene destinata ai poveri della comunità, che non hanno i mezzi economici per acquistarlo.

Nel caso di chi fa Hagj, visto l’enorme numero di pellegrini (contingentato dalle autorità saudite a 2 milioni ogni anno) e l’impossibilità pratica di dar corso a una vera e propria mattanza di dimensioni straordinarie nelle zone del hajj, il pellegrino sottoscrive per lo più preventivamente la spesa necessaria per l’acquisto della vittima sacrificale, che, in caso di minori disponibilità finanziarie, può essere un animale di minor valore economico e di taglia più piccola di un montone. Esso sarà macellato ritualmente in appositi stabilimenti da personale specializzato e stipendiato, in grado di lavorare la carne edibile e a conservarla, al fine di inoltrarle poi in quei paesi (islamici) che abbiano sofferto di carestie o di danni bellici o che versino comunque in precarie condizioni economiche.

Per quanti non partecipino al rito del hajj, l’ʿīd al-aḍḥā inizia con una breve preghiera nella moschea o nel luogo prescelto, preceduta da un corale takbīr e seguita da un sermone (khuṭba). A tale insieme di cerimonie partecipano uomini e donne e spesso i bambini (che non avrebbero alcun obbligo a celebrare tale festa, essendone esonerati, non essendo ancora puberi) che, per l’occasione altamente festiva, usano indossare i loro migliori abiti.

Maria Rosaria Voccia

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